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Condividendo il profondo della mia anima

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“La vita ci ha insegnato che amare non significa guardarsi negli occhi, ma guardare
insieme verso la stessa meta”
Antoine de Saint-Exupéry

In una relazione, perché è di questo che stiamo parlando, la Condivisione è la concessione e l’utilizzo in comune di spazi e risorse personali. La Condivisione, in altre parole, è il punto d’incontro tra essere insieme nella relazione e fare insieme la relazione. Ci vuole un piccolo sforzo per immaginare la relazione: un territorio in cui regnano saggiamente I Quattro Punti di Forza, fonte di energia vitale ed effervescenza creativa. Tuttavia, come ci insegna il Maestro, “l’anima non pensa mai senza immagini”: Aristotele dixit, e noi fecimus.

L’estetico come “concetto aperto” e l’artistico come “concetto chiuso”.

In senso lato “estetico” è ciò che si sente, dal greco aisthanomai, sentire.

L’aisthesis è una sensazione intensissima. Ma l’aisthesis non va confusa con l’ekstasis, l’estasi, dal greco eksistemi, star fuori di sé. Nell’estasi mistica l’uomo è fuori di sé, nel Dio. Nell’aisthesis l’uomo è intensamente se stesso, nell’esperienza di un altro da sé che esalta invece la sua identità.

“Concetto chiuso” (o “ristretto”) è un concetto ben definito, opposto al “concetto aperto” e alla “somiglianza di famiglia”. “Artistico” è un “concetto chiuso”, ed è una parte dell’“estetico”, che è un “concetto aperto”. L’estetico è un concetto apertissimo, che contiene in sé un’infinità di operazioni, conservatrici o rivoluzionarie. Il “concetto chiuso” di arte e il “concetto aperto” di estetico fanno qui parte di una “estetica generativa”, che studia l’origine e le funzioni delle operazioni estetiche e artistiche anzitutto da un punto di vista antropologico e psicologico.

Nell’ambito dell’estetico una delle operazioni, la più comune o addirittura banale, è l’esperienza del bello. Ma si fa rientrare erroneamente nell’esperienza del bello l’esperienza dell’artistico, che è tutt’altra cosa.

Nel “concetto chiuso” di arte, ci sono tre definizioni che si integrano a vicenda:

1) l’opera d’arte è trasformazione di un significato in una forma riuscita
(trasfigurazione, trasmutazione);

2) L’opera d’arte è silenzio che parla al silenzio che è in noi.
La narrazione non è quindi traducibile in parole. Il mezzo di comunicazione è l’atto contemplativo e di conseguenza emozionale. In un unicum dialogo soggettivo.

3) l’opera d’arte è “tempo fermo”.
Tutti gli oggetti comunicano qualcosa, ma solo le narrazioni narrano (dicono) un significato. Un oggetto qualsiasi, aldilà delle sue funzioni d’uso, non narra, ha solo una forma senza narrazione; se invece la forma comune diviene forma riuscita, si ha un oggetto d’artigianato, di design, decorativo, ecc. Esso può essere interpretato in infinite significazioni, cioè gli si possono conferire infiniti attributi, ma non comunica un vero significato (un sistema di significati) intenzionale dell’autore. Ben altra cosa è trasformare in forma riuscita il significato di una narrazione. Solo in una narrazione c’è un significato da poter trasformare in forma riuscita. Dove non c’è un significato da tras-formare in forma riuscita non si può dare opera d’arte.

L’opera d’arte è dunque sempre narrazione (discorso, testo, in termini semiotici), e in origine non può che essere una narrazione.

Io ho moltissime storie da narrare ma, per la prima volta, vorrei che al posto delle mie parole fossero le opere dei miei artisti, anime capaci di entrare in armonia e sintonia con le emozioni portanti della mia esistenza, a raccontare i momenti esaltanti e bellissimi della mia vita, che amo e che voglio condividere. Anche raccontando la bellezza in uno stato di dolore. Perché “bello” non è solo un modo di apparire, ma anche di sentire, pensare e persino vivere. Una rappresentazione così potente da coinvolgere tutti i nostri sensi, e che richiede una costante “manutenzione” affinché resti fedele al vissuto, a partire dai desideri fino alla realtà condivisa con i pilastri della mia esistenza: le donne.

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