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‘Evanescenze Cromatiche’, Monza, 14 Aprile-11 Giugno 2022

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Epifania di un pensiero fluido malinconico immerso nella differenza irriducibile del colore errante. Intensità dove ogni frammento dell’immagine è un istante puro di tempo riconquistato. Incandescente ad una temperatura ultra-violetta, dove l’emozione si cela dietro una apparente colata di azoto liquido levitato in uno stato gassoso di sospensione atmosferico. Grammatica fauve, nelle connessioni dissonanti dell’anima di un colore-calore compresso sino al limite della deflagrazione, inquieto, mai mansueto, in nessun modo addomesticabile dentro le ragioni della decorazione. Il colore è sempre eccedente, non riposa mai, sempre dislocato in un movimento di avvicinamento o allontanamento, di ritenzione o espulsione di una visione mentale, di una tensione spirituale.
Il colore secerne il veleno del dubbio tra i frammenti ambigui di forme alla deriva ancora indecise se ricomporsi in una costellazione di senso compiuto. Sempre nuove equilibri dinamici, rapporti tonali, armonie complesse nella polifonia cromatica di diffrazioni gettate nella differenza, nell’eccedenza inarrestabile del ritmo. Il sottosuolo dell’anima si tradisce in un linguaggio di rivelazioni e di lapsus, di atti mancati, di scarti, di sintomi della malinconia del tempo. Non scene madri, non agnizioni tragiche di un passato, ma certamente sintomi di un disagio, dell’ammiccante persistenza dell’eros come musica del cosmo, come motore immobile delle storie discoste dalle narrazioni ufficiali.
In compagnia del proprio demone personale, senza mai disabituarsi alla bellezza, anche questa è magia dell’arte: oltrepassare le porte sbarrate degli archivi segreti per catturare tutta l’intensità dello sguardo affacciato oltre la volatilità dell’apparenza dell’esistenza.
Semplici espressioni di pensieri complessi, per distruggere l’impressione e rivelare il sotto-testo della verità segrete, mentre la luce è percepita con gli occhi, il colore è compreso con la mente, la cultura, la memoria tra le ombre del dubbio. Albe di notti bianche, aurore boreali di colore elettrico gettato su scene di vita borghese, mostrando tutto il tessuto nervoso sotteso alle dinamica delle relazioni sociali. Una compostezza educata a una elegante costruzione formale permette all’artista di disporre con una regia spaziale consapevole ed efficace le scene di vita secondo una simbolica ad alta tensione dentro un apparente distacco.
Un teatro psicologico della pittura, una rappresentazione di gruppo dove ciò che davvero conta è già accaduto, od è comunque un fuori scena che l’artista riesce ad evocare con la sua pittura che come una lama seziona il tempo rivelandone la complicata trama di intersezioni tra persistenze e fughe nel futuro, perché il colore è sempre autogeno ed autoptico. Una ritenzione dell’emozione annegata nel colore saturando ogni interstizio possibile, componendosi come un mosaico che nasconde la nudità della verità della caducità. Disseminazione di istanti cromatici che guizzano tra apparenti tracce di imprecisione. Campi attraversati da traiettorie dinamiche, congiunzioni ed intersezioni di piani che si alternano e si scontrano per trasformarsi in silhouette allusive, sinuose e slanciate.
Raffinatezza, misura, precisione irraggiano le infinite possibilità di variazione e di stesure dove il colore non è mai puro pigmento, ma è decantazione di pensieri che attraversando la consistenza e la densità della fibre immateriali delle forme stagliate nel tempo. Le storie evocate appartengono ad una dimensione fantasmatica, sono incastonate in una ineffabilità che le eleva oltre l’identità e l’attualità per collocarsi in un regno allusivo di ombre.
Sono paradossali onde-ombre cromatiche, devitalizzate ma persistenti nel tempo misurato dall’ombra di una meridiana del tempo. Le figure sono silhouette leggibili controluce nella filigrana del mondo che si rivela solo ad una lettura attenta come attestato di esistenza, di autenticità della passione mostrata con pudore. Racconti interrotti trasformati in pure evocazioni estetiche evanescenti. Estromessa da qualsiasi impiego, la materia sembra perduta tra le onde del caso, indifferente tra usura e consumazione, ma viene ritrovata nella nobile pazienza dell’arte di ricercare un senso tra eleganza ed erranza. Il lasciarsi vivere, l’abbandono al corso del destino personale, familiare, generazionale, già prefigurato da una metafisica sociale, trova un estremo lembo di libertà nel debordare selvaggio dell’emozione dell’arte come isola non forse esotica come i mari del sud, ma sempre libera, come una fuga dai doveri quotidiani in una piccola isola tra le deviazioni di un fiume vicino a casa protetta dalla nebbia. La vera arte della conservazione da sempre si rinchiude dentro segreti.
Vittorio Raschetti